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♦ LA LEGGENDA DELLA BEATA LUCIA E DEL CAVALIER ROLANDO ♦

 

Tra i tanti calanchi di cui è punteggiato il nostro paesaggio collinare ce n’è uno che ancor oggi è percorribile lungo il suo crinale: quello detto “della Badessa”.

Intorno a questo tormentato percorso è fiorita la gentile leggenda della Beata Lucia da Settefonti (anticamente Stifonti). Siamo attorno al 1100 e Bologna, dopo circa tre secoli di dipendenza da Ravenna, si è costituita in Libero Comune, ma la vita cittadina è continuamente turbata dalle lotte tra Guelfi e Ghibellini.

In questo clima politico, viene alla luce in una casa cittadina una bambina, alla quale la madre impartì una sincera educazione religiosa che negli anni produsse nell’animo della figlia, divenuta una splendida ragazza, il desiderio di dedicare la vita alla preghiera e alla contemplazione, scegliendo di vivere nel monastero Camaldolese di Stifonti, fondato nel 1097. La giovane prese i voti nella chiesa bolognese di Santo Stefano, scegliendo il nome di Lucia, dando l’addio definitivo alla vita secolare.

In quei lontani tempi le differenze sociali trovavano riscontro anche all’interno dei monasteri e Lucia, alla morte di Matilde, fondatrice del monastero, divenne Badessa, anche per un consistente lascito fatto dal padre all’ordine  Camaldolese. La veste monacale non aveva però tolto nulla alla sua bellezza, la cui fama si sparse per tutto il circondario.

La voce che Lucia, seconda Badessa di Stifonti, era di una bellezza eccezionale, giunse anche in una delle tante guarnigioni che presiedevano il territorio di Uggiano (Ozzano). Fra i militi ivi di stanza vi era un soldato di ventura bolognese, trasferitosi volontariamente alla guarnigione di San Pietro per poter vedere Lucia, che egli incontrò una mattina in una chiesa di Bologna, quando non aveva ancora preso i voti. Il giovane era stato colpito dalla grazia della ragazza nel momento in cui le aveva offerto l’acqua benedetta.

Fu così che il bel cavaliere prese a percorrere ogni mattina il sentiero sui calanchi, a cavallo, per recarsi alla chiesa del convento dove viveva Lucia. Passarono le stagioni e mai egli mancò al silenzioso appuntamento: mai una parola fra loro, solo lo sguardo ammirato di lui.Lucia però si era accorta di questa costante presenza che generò nell’animo di lei struggenti turbamenti, combattuti invano con l’assiduità della preghiera e con la volontà di non cedere al sentimento. Ore di veglia e di penitenza minarono la sua salute e il desiderio continuo di allontanare dai suoi pensieri il cavaliere fece nascere in lei il timore di iniziare ad amarlo. Cadde ammalata e per lungo tempo dovette rinunciare a scendere in cappella per pregare, ma lui non cessò le sue visite mattutine. Quando la salute parve tornare, Lucia rientrò fra le consorelle e subito il suo sguardo corse al giovane: l’emozione del momento le tolse le forse e cadde fra le braccia delle monache che la trasportarono nella sua cella. Qui aprì il suo animo a loro, decidendo di non cedere più in chiesa ove per altri lunghi mesi il cavaliere giunse puntuale. Un giorno decise di parlargli, con la complicità di suor Elena, sua confidente.

Ella attese l’arrivo del giovane e con un cenno del capo l’ invitò a seguirla, percorrendo in silenzio un lungo corridoio fino ad una sala semibuia.

Qui Lucia lo attendeva ed il giovane, col cuore in tumulto, avanzò tendendo le mani, che strinsero quelle di lei. Si parlarono e lui le aprì il suo cuore e anche Luca lo fece: gli disse di amarlo, ma di essere risoluta nella sua dedizione alla vita monastica e lo invitò a non tornare più, per il bene della sua anima.

Si lasciarono, con la promessa, del cavaliere, di partire crociato per la Terrasanta. Così fece, mentre Lucia, minata dalla malattia, si spense santamente. Il cavaliere combatté sotto le mura di San Giovanni d’Arci, fu ferito, fatto prigioniero e gettato in cella ove, stremato dal freddo e dalla fame, febbricitante per le ferite e in catene, una notte sognò Lucia. La vide soffusa di luce mentre gli tendeva la mano e così, come in sogno, il giovane si trovò nella foresta di Stifonti, presso la fonte ove si dissetava nei giorni di calura estiva. Risvegliatosi, s’incamminò verso il convento, entrò quasi con un presentimento nella chiesetta, e con grande tristezza si inginocchiò davanti alla tomba dell’amata. Dopo aver a lungo sostato in preghiera, triste, si alzò e uscì: in quel momento le sette fonti di acqua cristallina che si erano seccate alla morte di Lucia ripresero a zampillare copiosamente. Prima di allontanarsi per sempre, il cavaliere depose a terra i ceppi della sua prigionia.

 

Oggi, nella chiesa di S. Andrea di Ozzano, dove il corpo di Lucia fu trasportato il 7 novembre 1573, un paio di antichi ceppi pendono dall’altare, e da quel tempo lontano lo stretto calanco che il giovin cavaliere era solito percorrere prese il nome di “Passo della Badessa”.

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